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Cow-t, settima settimana, M6
Prompt: Prima Volta
Parole: 3113


Alla caccia di Miss Bastet )
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Cow-t, settima settimana, M5
Prompt: Sentimento
Parole: 5029



Straziamenti non richiesti e daddy kink involontari )
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Cow-t, sesta settimana, M3.
Prompt: Tema Libero
Parole: 300


Blue ha colpito Red con una fiancata - gli ha salvato la vita - e il grido di Lance risuona frammezzato di ordini a Pidge e Hunk.

Keith lo sente nel casco, spaventato ma risoluto, e l’udito è l’unico senso che sembra ancora rispondergli. Avverte la pensantezza del corpo, eppure non riesce ad aprire gli occhi. Allura ripete il suo nome, la voce rotta, ma lui ha la bocca impastata e sente il sangue bagnargli le labbra e scendergli in gola.

Non doveva andare così, ed è troppo tardi per pensarci. Non c’è più rabbia in lui, c’è solo il rimorso per averli trascinati tutti verso una disfatta.

Vorrebbe ordinare loro di fuggire, non pensare a lui, salvarsi.

Red gli solletica la coscienza con un ringhio. Se fosse fisico, probabilmente lo avrebbe spaventato, perché è arrabbiata anche lei, è a terra e vuole rialzarsi, combattere, vendicarsi. Ma Keith non ha energie. Si è buttato nell’impresa convinto di ritrovare Shiro, e ha fallito. Per una volta, preferisce l’oblio.


Quando riapre gli occhi è ancora vivo. Il dolore lo ha intorpidito, ma gli ha lasciato una nota di sollievo da sopravvissuto; mette a fuoco le pareti - il Castello - e poi vede i volti che lo scrutano. Anche lì c’è una sorta di consolazione. Sono in quattro. Hunk, Pidge, Allura e Coran.

Lo stomaco gli si attorciglia.

“Dov’è... Lance?” mormora, la bocca secca. Solo Coran non ha gli occhi vitrei di lacrime, ma è così spento che fa quasi più male. Sembra l’unico in grado di rispondere.

“Mi dispiace Keith” e il paladino rosso vorrebbe dirgli di non continuare, ma è un desiderio irrealizzabile che non cambierebbe le cose. “Il Principe Lotor ha preso sia lui che il Leone Blue. Non abbiamo notizie”

Keith sa solo che è tutta colpa sua.
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Cow-t, sesta settimana, M3
Prompt: Tema Libero
Parole: 300



Keith rabbrividisce al contatto delle dita metalliche con la pelle, quando queste gli alzano la maglietta. Vagano come avrebbero fatto - come hanno già fatto - le dita vere, ma la sensazione rimane diversa e nuova. Riesce a mascherare tutto nel gemito che gli sfugge dalle labbra mentre la bocca di Shiro è su di lui, il suo nome mormorato con un desiderio che trascende l’atto e sa talmente di nostalgia che il cuore di Keith si perde in battiti scoordinati. Le dita artificiali lo sollevano sulla scrivania della cabina e, ancora, il moretto sobbalza dentro. Ha bisogno di socchiudere appena gli occhi e vederlo e darsi dell’idiota, perché è Shiro, è tornato, è vivo, sono di nuovo insieme.

Cerca di cacciare il groppo che ha in gola più in basso che può, il più lontano possibile dal petto dove il sollievo e il desiderio tengono il ritmo di quello che sta succedendo.

Keith chiude di nuovo gli occhi e non vede le cicatrici. L’attaccatura dell’arto robotico. Il ciuffo bianco.

Vuole solo sentire Shiro. Anche se le sue dita delineano muscoli nuovi e i gesti sono più decisi, più rudi, più possessivi e smaniosi.

Non se ne lamenta; c’è un che di selvaggio e conturbante che si sposa con una parte di sé che Keith sa di non voler indagare, che più resta nascosta e lontana più le cose manterranno un barlume di normalità.

Anche se Shiro non è più lo stesso di quando è partito e l’incertezza è una nuova costante; ma neanche Keith è sicuro di qualcosa, a cominciare proprio dalle sensazioni nuove che si sono risvegliate in lui da quando è nello spazio.

C’è un’essenza che gli scorre nelle vene, sottopelle, e preme per uscire. La percepisce, la sente quando affonda la lama

E ne ha paura.
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Cow-t, sesta settimana, M3
Prompt: Tema Libero
Parole: 300


Le urla non smettono. Shiro non ne può più di sentirle, lo stanno facendo diventare pazzo. Riecheggiano nei corridoi vuoti, nelle celle mute dell’astronave prigione. Lì, in infermeria dov’è lui sono così forti che gli fanno male le tempie.

E Shiro non riesce a smettere di muoversi, di scalciare, di strattonare le cinghie. Si è svegliato, crede, neanche ha memoria di essersi addormentato, però la sensazione ovattata dei sensi permane come da un sogno, di quelli dove hai la sensazione di cadere, precipitare, e aspetti solo l’impatto col terreno che sarà sempre meglio dell’immaginare come sarà.

In quei mesi, Shiro di cose ne ha viste troppe che la fantasia gli sembra qualcosa di stupido e anzi, pericoloso. Perché non c’è mai fine al peggio, ha compreso, ed è meglio attenersi ai dati tangibili, alla realtà, per quanto, tutte le volte che si ferma a riconsiderarla, gli sembra un altro brutto incubo senza via d’uscita.

Gli fa male il petto, come se fosse senz’aria, come se i polmoni fossero stati espansi al massimo e poi svuotati di colpo. Gli fa male la gola. E qualcosa pulsa, straziante, e non è il cuore; ha la bocca secca, la vista sfuocata.

“Quanto baccano”

Una voce troppo vicina riesce a penetrare le grida. Con una siringa anestetica in mano, due occhi gialli in un volto viola scrutano con fastidio Shiro e lui-

Lui vorrebbe dirgli di stare lontano - è stanco, prosciugato, desidera che tutto finisca - ma non ci riesce perché la sua bocca è già impegnata.

Sta urlando.

Comprende solo in quel momento di essere lui la fonte.

E il motivo lo colpisce con la potenza del ricordo.

L’arena. Uno scontro impari. Il suo sangue. Il suo-

Quando guarda il braccio destro non lo trova.

E il dolore torna a pulsare ovunque.

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Cow-t, sesta settimana, M3
Prompt: Tema Libero
N° Parole: 300
Note: drabble ispirata a questa fanart.



Stavano litigando.

La solita inezia, un motivo dimenticato in favore degli insulti.

O almeno credeva, finché ha notato il corpo di Lance tremare, gli occhi inumidirsi e i lineamenti afflosciarsi.

Lance lo afferra per le braccia e poi si accartoccia su se stesso, trascinando entrambi a terra. Si chiude a uovo e un singhiozzo rompe il silenzio.

Non un rumore forte, ma la sala allenamenti è vuota e rimbomba tra le pareti e nelle orecchie di Keith, frastornato dal non capire come siano finiti così.

“Uh… Lance” lo chiama, toccandogli circospetto una spalla. Sta soffrendo, lo sente dai muscoli contratti, ma non comprende il motivo. “Ehi… va tutto bene” tenta, tenendo a bada il panico in fondo allo stomaco.

Teme di aver detto o fatto qualcosa che lo ha ferito. Per quanto l’altro non ricopra il suo ideale di frequentazione, è un suo compagno, qualcuno molto vicino a un amico, ammette.

Il verso che produce Lance è strozzato, tra un singulto e un gemito, e il moro avverte le lacrime bagnargli il braccio tenuto stretto, ma non si scosta. Ha idea che allontandosi il paladino blu cadrà a pezzi.

“Ho… ho detto qualcosa?”

L’altro scuote la testa così forte che Keith vorrebbe afferrargliela. Almeno, pensa, non sta piangendo per colpa sua.

“Sono-” finalmente parla, ma si blocca. Keith stringe la presa sulla sua spalla, nell’intento di comunicargli ti ascolto, avanti. “Sono scomparso... ” farfuglia. “Non sanno... che sono vivo”

Il petto di Keith è il primo a realizzare. Seguono i pensieri - il vuoto, perché per lui non è così. Ma anche a lui quelle figure familiari mancano e ha la sensazione di capirlo.

“Lance” non sa cosa sta per dire, ma lo dice, e si curva un po’ su di lui, cingendolo. “Ti riporterò a casa. Andrà tutto bene”  

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Cow-t, quarta settimana, missione di crisi.
Prompt: Vuoto
N° Parole: 993



Quando Iwaizumi lo raggiunge di nuovo, il suono metallico del palo sta riecheggiando nella stradina insieme a un vago lamento trattenuto tra i denti serrati. Sembra un dong quasi comico, ma ne segue un altro, e un piede batte sull’asfalto con irritazione.

Oikawa sta per sbattere di nuovo la fronte sul lampione quando si sente afferrare per i capelli e tirare. Fa anche più male, perché non c’è alcuna delicatezza.

« Ahiahiahiii » gli esce con due lacrimucce agli angoli degli occhi, che spera la sua frangia copra. « Rude, rudissimo Iwachan! Mi fai male! »

Hajime lo lascia andare di colpo e poco ci manca che risbatta la fronte. Non c’è nulla di divertente con cui spezzare l’atmosfera.

« Sei un idiota » lo accusa Iwachan e c’è ancora del senso di colpa e della delusione nella propria voce, sotto lo strato irritato. Vorrebbe più dire “è inutile che continui”.

« Lasciami fare il melodrammatico quanto mi pare! » ribatte Oikawa, guardando la base del palo della luce, dandogli un calcetto con cui si fa solo che male. Scrolla le spalle, infilandosi le mani nelle tasche della tuta. Ha ancora il sudore addosso delle partite di tutta la giornata, più quella extra all’Aoba Johsai di quasi venti minuti prima, dove l’idea era quella di scaricare la tensione e la sconfitta. Ma la verità è un’altra; è tutto così schifosamente sbagliato. Non sa accettare il risultato di quei tre anni di allenamento duro e intenso, tre anni che si sono portati il peso di tutte le più piccole aspettative che ha maturato da quando gioca a pallavolo.

Si è sfogato prima, con i suoi compagni, tra lacrime e promesse di fare di più, ma non si ancora salvato dal bordo del precipizio che si sta sgretolando. Continua a scappare, perché ogni giorno un altro pezzo si è staccato, verso l’inevitabile cambiamento del presente a un futuro che ora sta arrivando troppo presto e lui non è pronto. Sente che lo sarebbe stato se fosse arrivato sul palcoscenico delle Nazionali, con al fianco le persone in cui ha riposto piccole parti della propria fiducia e questo lo ha fatto sempre sentire sia invincibile che mai da solo.

Ora invece, a poche ore dal suo desiderio di gloria spezzato dal rumore di un pallone che rimbalza fuori dal campo, Tooru ha nel petto questa sensazione di fallimento su tutta la linea. Perché già si sente solo. Già sente che dovrà ricominciare da capo tante, troppe cose, e in quel preciso momento vorrebbe solo essere inghiottito dal terreno e dimenticare le spine che nascoste dei suoi sogni, dei suoi obiettivi. Quei rovesci della medaglia che speri di non guardare mai. Lo sa che poi si rialzerà, ma non sarà quella sera.

Poi c’è Iwachan, lì di fianco a lui, e lui vorrebbe solo dirgli ancora che non è stata colpa sua, che anzi, lui avrebbe dovuto allungare meglio e tenere saldo quel bagher, rimettere in gioco la palla e farlo schiacciare ancora. Quello sarebbe stato giusto. Perché loro erano più forti, più organizzati, più…

Più niente, perché se avessero sconfitto i corvi poi sarebbe stato uguale a qualche mese prima; di nuovo faccia a faccia con la Shiratorizawa, e ora come ora Oikawa realizza con un realismo che ha il sapore delle sconfitte in partenza, di uno svuotamento totale di propositi, che avrebbero perso di nuovo. Chi vuole prendere in giro dicendo che era destino per loro arrivare a Tokyo?

Appoggia la fronte sulla superficie fredda del lampione, le dita artigliate alla stoffa interna delle tasche, e sopprime la voglia di sfogare la frustrazione lasciandosi andare a un qualche verso di gola eccessivamente incivile. Urlerà quando sarà a casa, in camera sua, con la faccia affondata nel cuscino.

« Scusa » mormora, ricordandosi che non è solo e che il suo Iwachan è ancora lì di fianco, in una situazione interiore forse meno pietosa della sua magari, perché lui è davvero troppo drammatico a volte, mentre l’ace, be’, lui è il vero pilastro della squadra ai suoi occhi. Senza Iwachan la sua voglia di giocare diventerebbe più un dovere a volte, e già solo il pensarlo gli chiude la bocca dello stomaco. Anche perché a breve sarà proprio così… nuova città, nuovo corso di studi, nuova pallavolo… il compagno di una vita che diventerà un appunto sull’agenda perché non lo vedrà tutti i giorni come adesso. Anzi, se riuscirà a incrociarlo per caso saranno i giorni in cui il karma gli vorrà dire che presto ci sarà una magagna all’orizzonte.

Niente, il suo cervello non vuole dargli tregua quella sera, elaborando tutte le possibili sfaccettature di depressione che lo aspetteranno dal giorno dopo. « Scusa » lo dice di nuovo, più petulante, mollando il nascondiglio delle tasche per disfarsi i capelli, scompigliandoli nel voler grattare via tutta quella melma in cui si sta impantanando da solo.

Quando riapre gli occhi nota qualcosa che, in un lampo, come un mago che fa sparire l’oggetto di scena sotto il proprio mantello, azzera qualsiasi pensiero. E rimane con la bocca stupidamente aperta.

Hajime è ancora lì di fianco, molto di fianco, perché non si accorto che anche lui ha poggiato la fronte contro il palo della luce, gli occhi chiusi, insomma, nelle sue stesse condizioni. Non gli ci vuole molto a interpretare dai suoi lineamente accartocciati che anche lui abbia la testa proiettata altrove, forse anche lui troppo lontano, troppo infelice. Ma con lui.

Chiude la bocca, e gli angoli si alzano un po’, in un piccolo e confortato sorriso che risponde a una sensazione altrettanto minuscola e che mai si è mossa dal suo posto, con le sue radici così saldamente affondate in lui che neanche altre cento sconfitte potrebbero estirparla.

Con un piccolo passo di lato, più un aggiustarsi che un reale vuoto da colmare, Oikawa appoggia la propria spalla a quella di Iwaizumi, e rimane così, la fronte contro il palo vicino al suo migliore amico.

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Cow-t, quarta settimana, missione di crisi.
Prompt: Vuoto
Parole: 1566



La spada di Iwaizumi si infrange sul terreno, la punta conficcata e seguita da una sonora imprecazione che blocca i compagni d’arme vicini. I primi a sghignazzare sono Hanamaki e Matsukawa che già hanno capito. Kunimi preferisce sospirare e non rispondere alla muta domanda rivoltagli da un confuso Kindaichi. Yahaba approfitta della pausa per massaggiarsi il polso succube degli attacchi instancabile di Kyoutani. È quest’ultimo a ringhiare contrariato per la perdita di tempo.

« Calmati Cane Pazzo, lasciamo al nostro comandante un attimo per sfogarsi » ridacchia Makki e Matsukawa si porta un indice sotto l’occhio, scorrendolo sulla guancia per imitare una solitaria lacrima su un goliardico broncio intristito.

« Non è divertente » borbotta Hajime, sfregandosi le gote ruvidamente, ma non serve a molto, solo ad arrossarle. Le lacrime continuano a riversarsi dai suoi occhi, rotolando fino al mento.

« L’anima gemella di qualcuno qui ha davvero una pessima giornata. A quanti pianti siamo? »

« È il terzo da stamattina » risponde Watari tra il serio e il faceto.

« E mancano altre quattro ore al tramonto! Io scommetto cinque monete d’argento su una quinta e drammatica cascata di lacrime prima di cena! »

« Io dico che piangerà altre due volte! »

« Ma la volete piantare? » la voce irritata di Iwaizumi, sposata al viso congestionato, ottiene solo di far ghignare anche chi prima era riuscito a trattenersi.

Matsukawa gli passa un braccio intorno alle spalle, offrendogli un fazzoletto abbastanza pulito tirato fuori dalla propria bisaccia.

« Forse dovresti considerare di prenderti un paio di giorni di congedo e andare alla ricerca della tua anima gemella per chiederle gentilmente cosa la turbi tanto. Magari anche sbattertela un po’, per il buon umore sai »

Qualcuno finisce piegato dalle risate, guadagnandosi occhiatacce gratuite da un Hajime che si trova poco socievolmente a mandarli tutti al diavolo mentre si soffia il naso.

« Tornate a lavorare o domani andrete a zappare la terra »

L’ilarità si spegne con qualche ultimo singulto sotto lo sguardo serioso del capitano.

« Come siamo suscettibili capo » fa una smorfia Mattsun, le mani levate a mo di scusa mentre si riprende il fazzoletto con occhiata contraddetta di chi non sa che farsene, smocciolato com’è. « Forse la tua bella è in quel periodo del me- »

« Avete tre secondi per impugnare le vostre spade e riprendere l’allenamento »

Il clangore di circa una decina di armi riecheggia di nuovo nel cortile del castello, in un silenzio fatto di bocche cucite e occhi che ancora se la ridono.



Il tramonto è arrivato e passato con altre due crisi di pianto e qualcuno ha intascato quasi quindici pezzi d’argento sottobanco. Il Capitano della Guardia Iwaizumi ha decretato che se sentirà un altro fiato sulla questione li metterà a pelare patate.

Quando è sicuro che siano tutti impegnati a bighellonare tra boccali e cameriere della locanda, si butta il mantello sulle spalle e lascia a Watari il compito di tenere d’occhio i compagni. Anche se non è il più anziano, dare a Matsukawa e Hanamaki l’onere di sorvegliare gli altri significherebbe metterli in castigo, e preferisce saperli ubriachi che a chiedersi dove lui stia andando. Perché la scusa di una ricognizione durerebbe poco con quei due sobri e annoiati. Shinji è discreto e se ha dubbi li tiene per sé, preferendo fidarsi. Non che qualcuno degli altri metterebbe mai in dubbio una sua scelta o andrebbe in giro a spifferare i suoi segreti; Hajime affiderebbe la sua vita a ognuno di loro, a occhi chiusi.

Ma quello che sta nascondendo, per cui cavalca nella notte per una volta col cuore che batte energico contro la cassa toracica e di nuovo con le lacrime a pizzicargli gli angoli degli occhi, è qualcosa che i suoi compagni potrebbero capire, ma accettare è tutta un’altra storia.

Smonta dalla sella prima ancora che il cavallo si fermi del tutto; le luci della piccola cascina nel bosco sono accese. Il profumo nell’aria conserva l’odore di un pasto caldo, mescolato a quello dei fiori che ricoprono le pareti della modesta abitazione. Quando entra, Hajime si sente solo un uomo che andando incontro a una sorte beffarda è riuscito a strapparle un angolo di felicità.

Dentro, trova quella sua anima gemella frignante raggomitolata sul letto, con una coperta buttata sulla testa. Il rumore della porta le fa alzare il viso rigato e le labbra rosse e gonfie di piccoli morsi si sporgono e curvano in un piccolo lamento liberatorio che dovrebbe suonare come il suo nome.

« I-Iwachan »

In pochi passi Hajime è tra le sue braccia, liberandola dall’impiccio della coperta, nonostante lotti un po’ per sbrogliarla da una delle corna. Le passa le mani nei capelli morbidi, le ciocche che scivolano come la più morbida delle stoffe tra le sue dita callose, riflettendo la luce nelle sfumature cioccolato simile alle leggere increspature dell’acqua.

« N-Non sto piangendo » mugugna, il viso affondato nel suo collo. È un po’ a disagio, perché avrebbe voluto lavarsi meglio dopo l’allenamento, ma lei non sembra lamentarsene, stringendolo con le sue lunga dita color del latte, tremanti nella presa quando un tempo erano capaci di strappare un cuore dal petto. Ma è storia vecchia. « Non sto piangendo, è colpa tua questa volta »

Hajime sbuffa piano, ma col sorriso indulgente. Gli altri lo hanno preso in giro tutta la giornata, ma ora sembra solo un ricordo su cui scherzare. Ora tutto sembra così profondamente giusto e bello che l’irritazione sparisce.

Le scosta il volto, asciugandole le gote e baciandole la fronte, baciandole le labbra e sciogliendo quel broncio che in un altro momento li avrebbe portati a discutere per inezie, a punzecchiarsi e poi trincerarsi dietro silenzi spezzati più tardi dal bisogno l’uno dell’altro. La bacia con trasporto, riflettendo il sentimento di quelle lacrime che per tutta la giornata lo hanno reso lo zimbello del cortile d’allenamento.

Mi manchi, dicono. Voglio stare con te, ho bisogno di te.

Una mano è lì sulla curva della pancia, sempre più evidente, sempre più vera.

« Iwachan… » sussurra Tooru, gli occhi languidi e arrossati, ma sorridenti, più tranquilli. Innamorati. « Ti ho preparato la cena, si fredda… »

La replica è un altro bacio e il distenderla sul letto sotto di sé, un palmo ancora intrecciato alle ciocche seriche e l’altro che continua a carezzare il pancione. Ha il cuore a mille, ha il cuore così preso da tutto che non riesce a esprimere la gioia e spera solo che Tooru capisca.

E sembra riuscirci, perché ridacchia, senza più lacrime, le braccia intorno al suo collo.

« Questa casa è così vuota… Mi manchi ogni giorno » dice, ma è morbida sulle sillabe, dolce nel passargli i polpastrelli sulla nuca. « Ogni ora »

Iwachan emette uno sbuffo che è anche un verso esasperato.

« Me ne sono accorto, come tutti gli altri »

Tooru ridacchia e torna a essere quella Regina Demone che il destino ha messo sul suo cammino. Non che la sua bellezza, la sua caparbietà siano cambiate. Rimane la donna più affascinante, ma la gravidanza ha definitivamente cancellato dai suoi lineamenti la cattiveria, la sofferenza di essere odiata per quello che è.

Hajime si chiede come avrebbe potuto ucciderla, al di là di quel fato biricchino che si è divertito a legarli ancor prima della nascita. Non pensa sarebbe riuscito davvero a conficcarle la spada nel petto per il bene del suo regno, non in nome di una discriminazione ignorante.

« Stai di nuovo pensando a cose complicate, vero Iwachan? » sorride lei, sfiorandogli la punta del naso per gioco.

« Sto pensando che non puoi metterti a piangere cinque volte al giorno, tutti i giorni. Sono il Capitano della Guardia » e il tono sta a intendere ho una reputazione da difendere.

« Un affascinante e forte - le sue mani stanno vagando sui suoi vestiti e il brivido lo fa tremare appena - e coraggioso Capo della Guardia… me lo ricordo bene. Forse è questo che mi ha fatto innamorare di te? » scherza ancora, e il suono è un vibrare di felicità.

« Stavo per ucciderti »

« Ricordo anche questo. Devo dire con dovizia di particolari… Kuroo era riuscito a spaccarti l’armatura… e Kiyoko ti aveva conciato per le feste, prima che riuscissi ad arrivare a me… Sembravi carne tritata » e caccia la lingua a sottolineare il disgusto. Hajime rimane impassibile, salvo provocarle il solletico a un fianco e farla contorcere sotto di sé. Il ventre gonfio che struscia contro il suo stomaco lo elettrizza, gli provoca sensazioni di cui ancora non si sente padrone.

« E tu stavi piangendo » puntualizza in fine, perché non può scordare come avesse arrancato nel palazzo dei demoni con la sicurezza di portare la pace al suo sovrano e poi ritrovarsi con quelle lacrime salate a pizzicargli i graffi del viso.

Una storia vecchia e arcana quanto il mondo, quella delle anime gemelle. Persone fortunate destinate a una felicità senza remore, senza tempo o distanze. Unite da quella singolare trovata di condividere le lacrime, sicuramente per volontà di un qualche dio burlone.

Tooru arriccia di nuovo le labbra, gli occhi non più rossi come nel loro primo incontro ma di un profondo castano pieno di vita. Alla fine, sorride.

« Piangevo perché sapevo che finalmente ti avrei incontrato, mio Cavaliere… erano lacrime di felicità »
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April 2017

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