[Voltron] Colei che ti tiene per mano
Mar. 9th, 2019 07:28 pmCow-T, quarta settimana, M2
Prompt: Dimenticarsi di qualcosa/qualcuno
Numero parole: 1541
Rating: SAFE
Fandom: Voltron LD
Personaggi/Ship: Lotor, Haggar/Honerva
Note: questa fanart ci sta perfect http://33-ko.tumblr.com/post/171640341409/young-lotor-c
Lotor aveva circa otto anni quando scoprì le prime verità su sua madre. Relegato a vivere su una nave spaziale lontano da quella di suo padre anche galassie a volte, Dayak continuava a istruirlo bacchetta alla mano, nonostante da rimproverargli ci fosse veramente poco.
Era curioso Lotor, ma discreto. Aveva imparato davvero molto presto che qualsiasi sgarro sarebbe stato punito severamente, come ordinato da suo padre la volta in cui gli chiese chi è mia madre?
Così aveva imparato a mantenere il sangue freddo quando una domanda gli ronzava così forte in testa da assordare qualsiasi altro pensiero; era diventato bravo a rispettare gli orari, a non fare ritardi ma neanche ad arrivare presto; a soffrire in silenzio o in un luogo dove sapeva che i suoi singhiozzi non sarebbero stati uditi. A volte si era dilettato in qualche furtarello, ma pochi. Non era bravissimo e aveva scoperto che non gli recava una gran gioia appropriarsi di qualcosa di nascosto. Preferiva poter prendere quello che gli pareva sotto gli occhi di tutti, perché sapessero che poteva farlo, perché era all'altezza delle conseguenze. Si era detto che un giorno sarebbe stato così; tuttavia, fino a quel momento, si accontentava di ciò che come Principe dell'Impero Galra poteva richiedere, che alla fine non era poco.
Però c'era questo pensiero per cui proprio non poteva fare a meno di rischiare e per cui, più di una volta, aveva fatto arrabbiare i suoi tutori. Erano le vecchie cose di sua madre. E non una semplice scatola di roba, ricordi e simili, ma un'intera stanza, una specie di biblioteca di libri, oggetti e ricerche.
Dayak era molto severa a riguardo, su ordine di suo padre. "Il bambino non può avere accesso" erano state le sue parole alle guardie davanti la stanza. Non lo aveva chiamato Lotor, o “il Principe”; aveva usato solo quel sostantivo che toglieva a lui qualsiasi potere. Perché era così che lo vedevano, alla fine. Era l'unico bambino in quell'immensa nave-castello. Oltre lui, i più giovani erano forse le guardie fresche di accademia o gli inservienti. Per diverso tempo Lotor aveva anche creduto di essere speciale perché l’unico. Lo chiamavano "il bambino" come se fosse stato una qualche sorta di onore, perché non ne esistevano altri. Non aveva neanche capito che quella fosse una fase, che un giorno sarebbe stato grande quanto chi lo circondava. A pensarci, si dava dello stupido e si vergognava. Poi gli erano capitati libri tra le mani, e vecchie produzioni video che Dayak usava per istruirlo, dove aveva visto altri come lui, altri piccoli e bassi e...
Aveva forse quattro anni, o meno, quando chiese alla sua tutrice "Cos’è una mamma?" Aveva imparato da un video sugli animali della vecchia Daibaazal che i cuccioli, come i bambini, nascevano da altri animali più grandi, le "mamme" e da lì, la domanda era mutata. “Dov’è la mia mamma?” Ma non c’era stata risposta vera, se non un “Questi non sono affari suoi, Principe Lotor. Non rivolgetemi domande sciocche. Non è importante ai fini della vostra educazione” ed era stata l'ultima parola in merito. Insistendo, perché sentiva di dover sapere, il bambino era stato spedito in camera propria senza cena.
E così Lotor, sentendo per la prima volta male al petto, aveva taciuto e aveva iniziato a fare ricerche per conto proprio, perché in fondo, finché sfogliava libri, Dayak era tranquilla. Da una semplice domanda era diventata un'ossessione che proprio non riusciva a tacitare nella sua mente. Non era come i dubbi che poneva a lezione, su un componente di un qualche oggetto o un evento storico. No, era quel concetto, quelle foto che aveva visto, di bambini come lui che tenevano la mano alle loro mamme. Lui sapeva di avere un padre, ma non aveva mai pensato a una madre prima di allora. Apparteneva a suo padre e, in quanto principe, un giorno sarebbe stato come lui, un imperatore. Ma poi aveva letto più e più libri su come i cuccioli e i bambini nascevano e c'era sempre una mamma, colei che ti tiene per mano, come aveva ribattezzato il concetto.
Dayak non era riuscita a togliergli quella domanda di bocca per diversi giorni, finché non lo aveva messo in punizione seriamente. Lotor era abbastanza sveglio da capire che insistendo non avrebbe ottenuto niente, tuttavia era come chiedergli di trattenere il respiro più di quanto già non riuscisse. Comprese che sarebbe dovuto tornare a essere il bambino tranquillo e diligente di prima, per farle abbassare la guardia e poi portare avanti le sue ricerche per conto proprio.
E fu così che scoprì diverse cose. Conscio della ritrovata libertà, scovò in biblioteca un vecchio libro con l'albero genealogico della sua famiglia; sull'ultima pagina era vergato il nome che cercava. L'imperatore Zarkon sposato all'alchimista Honerva di Altea.
Lotor aveva già sentito parlare di Altea diverse volte. Era una delle parole che agli adulti intorno a lui piaceva meno, perché si trattava del pianeta da cui proveniva Re Alfor, l'uomo che aveva distrutto Daibaazal.
Per lunghe notti Lotor si chiese se Dayak facesse bene a non parlargli di sua madre, se questa era originaria di Altea. Voleva dire che era cattiva e che forse era per quello che suo padre non voleva mai avere a che fare con lui, perché gli ricordava quelli che avevano distrutto il suo regno precedente.
Dayak si complimentò con Lotor per la sua tranquillità, nei giorni successivi, ma il bambino ci fece poco caso, perché in testa continuava a riaffiorargli ancora quel nome, come una maledizione. Ma nonostante questo, il bisogno di sapere chi fosse Honerva, che aspetto avesse, dove fosse, era più forte di qualsiasi altro pensiero negativo.
Continuò le sue ricerche in biblioteca. Quando Dayak si addormentava sulla sedia, lui sgattaiolava nei reparti in cui gli era vietato andare e leggeva tutti i tomi che trovava. Riuscì anche a rubarne uno, intitolato "Storia moderna del pianeta Altea". Se prima aveva avuto dei dubbi, quel libro gliene mise ancora di più, quando si trovò davanti una foto di sua madre. "L'Alchimista Honerva, amica e consigliera di Re Alfor, giovane sposa dell'Imperatore Zarkon, sta dedicando la propria vita alla ricerca della quintessenza" recitava la didascalia. Ma anche una volta letta, Lotor non poté che guardare soltanto la fotografia. Fu la prima notte della sua vita in cui pianse tutte le lacrime che aveva per un vuoto dentro più brutto di quando Dayak lo mandava a letto senza cena.
Quel libro fece ritorno in biblioteca solo dopo che Lotor ebbe scansionato in segreto le pagine e fatta una copia da tenere con sé, nascondendo il tutto in un vecchio manuale sui miti di Daibaazal che sapeva Dayak non gli avrebbe mai sbirciato o tolto.
I pensieri su sua madre mutarono ancora e Lotor non riuscì più a immaginarla come un mostro capace di distruggere un pianeta. In una delle pagine che aveva trattenuto c'era un trafiletto dedicato a lei, dove si parlava delle sue ricerche, di come per tutti avrebbe rivoluzionato il mondo con le sue scoperte e del suo matrimonio, che aveva consolidato un’alleanza millenaria tra Altea e Daibaazal. Anche se era solo un bambino, non riusciva a immaginare come tutte quelle belle cose potevano aver reso sua madre innominabile.
Da lì, facendo sempre il bravo per non essere punito, Lotor aveva continuato a collezionare tutte le informazioni che poteva, a scoprire quella sala con gli oggetti di sua madre, e a cercare di immaginare come sua madre potesse essere sparita… o morta. Una possibilità che lo rattristava, ma che era conscio di dover tener presente.
Non scoprì niente per anni. Nonostante le ricerche silenziose, all’ombra dell'obbedienza che dimostrava, nulla venne alla luce fino a quando compì quattordici anni e con più autorità di prima, e Kova a fargli da palo, fu in grado di accedere ai registri storici degli ultimissimi anni.
La verità fece male.
La verità fece così male che lo portò a fare il gesto più stupido che avesse mai fatto.
Rubò un incrociatore e volò alla nave di suo padre. Forse l’unica sua fortuna fu che lui non ci fosse, perché, col senno di poi, sarebbe stato punito così severamente da riportare ancora i segni sulla pelle. Non che questo avrebbe arrestato il tumulto che aveva dentro.
Atterrato, nessuno lo fermò nella sua avanzata verso la persona che cercava, non quando, per la prima volta, fece vibrare la propria autorità con un tono che non ammetteva repliche.
“Sono il Principe Lotor, fatemi passare!”
E così, guardia dopo guardia, era arrivato davanti alla strega, davanti a Haggar.
“Mio principe” aveva sussurrato lei, con quella sua espressione dalla fronte corrugata, la linea delle labbra che non sembravano aver mai sorriso, quegli occhi vitrei e senza pupille visibili. Sembrava smarrita nel guardarlo.
Lotor non seppe cosa fece più male, se riconoscere in lei quei lineamenti della foto che teneva conservata gelosamente, o la completa indifferenza nei suoi confronti da sempre. La donna di quell’immagine gli avrebbe sorriso come faceva con le persone che la circondavano. Sua madre non avrebbe permesso che vivesse segregato e oppresso, un principe alla stregua di un prigioniero, punito per desiderare sapere il nome di chi lo aveva messo al mondo.
Sua madre non si sarebbe dimenticata di lui.
“Tu non sei lei.”