sidralake: (fangirl)
[personal profile] sidralake
Cow-t, settima settimana, M5
Prompt: Sentimento
Parole: 5029




Gli inizi di Giugno erano sempre attesi con una certa impazienza dai fortunati che potevano godersi le ferie, magari al mare, ospiti in qualche modesta pensione dai comfort familiari.
E come ricordava, era anche il periodo per gli straricchi viziati di scegliere se farsi la tintarella ai Caraibi o alle Maldive, benché gli stessi passassero metà della loro esistenza in vacanza.
Haruhi inspirò forte, buttando fuori l’aria lentamente per calmare i nervi scottati dalla calura estiva.
Era ormai tornata alla vita pratica di tutti i giorni, non più accompagnata dalle deliziose porcellane variopinte riempite un dito sotto l’orlo da pregiati tè profumati; non più occupata in siparietti storico-culturali in cui era costretta a indossare gli abiti più assurdi nei ruoli più stravaganti. Niente più Host Club, né Ouran High School.
No, ora, arrotolato e riposto con cura in un cassetto della sua scrivania, c’era il diploma ritirato alla cerimonia del suo ultimo anno nella facoltosa scuola per miliardari, e nella sua vita esisteva in quel momento solo uno sfiancante part-time dopo le lezioni all’università.
Alle sei di pomeriggio, col sole ancora luminoso sui palazzi della città, il suo umore vacillava tra la stanchezza e l’impazienza. Per questo allungò il passo, dondolando rigidamente la busta con gli ingredienti per la cena.
Fu solo quando si trovò in prossimità dell’edificio rettangolare dell’asilo, circondato da un modesto giardinetto, che rallentò l’andatura, tendendo l’orecchio. Lente e melodiche, le note di un pianoforte risuonarono all’esterno, così leggere che solo i pochi che si aspettavano di ascoltarle erano in grado di recepirle. Involontariamente, un sorrise le salì alle labbra.
Il Douzo era l’asilo di quartiere; non grande e fastoso come quello che aveva avuto modo di vedere all’Ouran, ma accogliente quanto bastava per i figli del vicinato. Tra l’altro, era la stessa scuola materna che aveva frequentato lei da piccola, così che non le fu difficile trovare l’aula da cui proveniva la musica. Complicato fu ritagliarsi uno spazietto tra le mamme accalcate sulla porta, estasiate ascoltatrici e osservatrici dell’ambiente, ma, in particolare, del musicista in esibizione.
Le dita di Tamaki Suou danzavano sui tasti come non avessero mai fatto altro nella vita. Le corde del pianoforte vibravano regalando la dolce sinfonia che stava incantando in un silenzio quasi irreale i bambini dell’asilo, seduti tutt’intorno sui cuscini colorati.
Perfino i muscoli tesi di Haruhi riuscirono a sciogliersi sotto quelle carezze musicali. Erano quei brevi minuti, in cui vedeva il volto rilassato e sorridente del suo ex-senpai, che dissipavano i dubbi mordaci coi quali passava metà delle sue giornate. Quelle domande, moleste e portatrici di zizzania, che nascevano dalle scelte fatte in passato. Scelte profonde, non scherzi o giochi; decisioni che avevano radicalmente cambiato le loro vite, soprattutto quella di lui, l’erede di un impero, visto gettar via soldi e futuro per un singolo sentimento.
Eppure, adesso, il peso di quelle scelte gravava davvero su di loro?
Le mani di Haruhi si unirono all’applauso senza che lei se ne rendesse conto. Dall’altra parte, le vocine acute dei più piccoli riempirono di gridolini entusiasti la stanza, seguite da una mandria di ragazzini che si accalcarono intorno allo sgabello del biondino. Tamaki rise divertito, provando a tenere a bada i bambini esagitati, ma senza volerlo realmente. Un coro di “bis” si levò quasi subito.
« E’ instancabile » il sospiro rassegnato di una delle maestre dell’asilo attirò l’attenzione di Haruhi. La donna sulla cinquantina le sorrise, quasi riconoscente. « Mi hai portato proprio una bella gatta da pelare, Haruhi-chan. In confronto alla bambina silenziosa e composta che eri tu, Suou-kun è un ragazzino, certamente beneducato, ma più agitato di tutti i pulcini che ho qui » aggiunse con una risatina, lanciando un’occhiata al diretto interessato, beatamente immerso tra le chiacchiere del suo pubblico in miniatura.
« Le sono riconoscente per avergli dato un’opportunità, Asako-san » rispose la ragazza con un cenno grato del capo.
« Via via! Dovresti ringraziare te stessa, piuttosto. Se non mi avessi convinta a metterlo alla prova non avrei mai scoperto un valido aiutante come lui! E anzi, » borbottò, chinandosi verso la giovane con aria da cospiratrice « detto tra noi, è il migliore che mi sia capitato da una decina d’anni. Non ci sono più le apprendiste di una volta, piene di buona volontà ed entusiasmo ».
Haruhi non poté che ridacchiare e pensare quanto quelle parole calzassero a pennello nel descrivere il senpai.
Buona volontà. Quanta ne avevano avuta negli ultimi due anni?
La brunetta si trovò di nuovo con quella strana sensazione addosso. La voglia, quasi la necessità, di averlo accanto, stretto a sé. Lo considerava un capriccio fastidioso e infantile, ma non riusciva a farne a meno. Voleva abbracciarlo, e, stupidamente, si vergognò di ammetterlo per l’ennesima volta. Era sciocco, e basta. Non poteva farsi venire quegli impulsi insensati solo perché aveva mille e più grattacapi a infastidirla.
Rimase perciò dov’era, aspettando – e mordendosi inconsciamente un labbro – che le varie mamme si congratulassero con Tamaki e portassero via i propri figli.
Fu quando anche l’ultima bambina, restia a lasciare la gamba del ragazzo senza un sorriso e la promessa di rivedersi il giorno dopo, che Haruhi avvertì un’irritante impazienza correrle per la schiena come un brivido.
Erano rimasti solo loro due nella stanza. Il ragazzo sorrise radioso, richiudendo il coperchio del pianoforte, prima di avvicinarsi a lei.
Di nuovo, tutto nella mente di lei si cancellò. Nessun dubbio, nessun brutto presentimento.
Bastò un abbraccio, e il suo cuore tornò a battere al ritmo instancabile della felicità.

°°°

« … e la dolce Sachi-chan è tornata dal cortile con un bouquet di margheritine… » sospirò teatralmente Tamaki, interrompendo per un attimo il lungo resoconto della giornata per esibirsi in una posa melodrammatica. « E’ stato più forte di me, sono dovuto correre dalla fioraia a comprarle una rosa… »
Al secondo sospiro d’amor rapito, come voleva chiamarlo lui, Haruhi replicò con un altrettanto soave sbuffo.
« Una rosa costa trecentoottanta yen… mi spieghi come hai fatto a finire tutti i… » ma il suo tono andò in calando quando la domanda che stava per porre ottenne risposta con un semplice ragionamento, sostenuto dal gesto molto fascinoso – e molto scenico – di Tamaki che si scompigliava con una mano i capelli dorati. Il riso della cena, attaccatosi alle bacchette, volò sul tatami.
« E’ d’obbligo per un cavalier servente esaudire ogni desiderio delle sue principesse! » recitò, sorridendo in quello che doveva essere un gesto accattivante, ma che non ottenne niente se non un cipiglio scettico da parte della compagna.
« Quindi hai scialacquato i soldi comprando rose per tutte le bambine dell’asilo? »
« Haruhi! Che terminologia volgare! Mi sono comportato come un valente sostenitore dell’amor cortese! »
L’espressione della ragazza non si attenuò di una virgola e continuò a scrutare il francesino finché tutta la sua baldanza da cicisbeo non si infranse come i cocci di un vaso.
« Haruhi non mi capisceeeh » piagnucolò quello con la testa sul tavolo, beatamente ignorato.
« Stiamo cercando di fare economia, non possiamo permetterci di sperperare così i risparmi » puntualizzò la giovane poco dopo, appoggiando la scodella di riso sul tavolo. Il suo tono aveva inquadrato la realtà dei fatti, gli stessi che continuavano a tormentarla.
Tamaki alzò gli occhi su di lei.
« Haruhi…? »
La ragazza si riscosse, e distolse lo sguardo dal suo, riprendendo a mangiare.
« E’ la terza volta che inizi una frase col mio nome » bofonchiò, sapendo di aver detto una cosa priva di senso. Era troppo occupata a tacitare il suo subbuglio interiore per prestare attenzione a quello che le usciva di bocca.
Quando le braccia del biondino le cinsero la vita ci mancò poco che si strozzasse con il boccone. Dopo l’attimo di spavento, voltò appena il capo, trovando la testa del senpai a pochi centimetri dalla sua. Teneva la fronte appoggiata sulla sua spalla, e non diceva nulla. Questa era la cosa preoccupante, oltre al gesto insensato appena compiuto dal ragazzo. Non lo aveva nemmeno sentito alzarsi.
« Tamaki-kun…? » provò Haruhi, non sapendo bene né cosa dire né che cosa pensare. Le mani di lui le stringevano delicatamente la vita, senza accennare a muoversi. « C-Che c’è, Tamaki-kun? » balbettò ancora, iniziando a sentirsi un po’ imbarazzata, non riuscendo a capire la situazione.
« Sei felice, Haruhi? »
Il sussurro era stato flebile, quasi il pigolio di un uccellino ferito. Fu il petto della brunetta a recepirlo per primo, sobbalzando appena. La sua mente, al contrario, ebbe bisogno di altri lunghi secondi per registrare davvero quella che poteva – doveva – essere una banale domanda. Allora perché non riusciva a rispondergli?
Abbassò il viso, sentendolo caldo per un sentimento che non riusciva a decifrare. Forse emozione, forse imbarazzo, forse… paura di ammettere quello che realmente sentiva. L’inquietudine che giorno dopo giorno le rendeva più faticoso accettare il presente.
Le dita di Tamaki le sfiorarono il mento; con una presa gentile, che nulla aveva di forzato, la invitarono a voltare il capo verso di lui, che la stava osservando preoccupato.
Fu l’irrazionalità a muoverla. Non poteva essere altrimenti, si disse lei quando si sporse verso il biondino con irruenza. Le sue mani si aggrapparono alla sua maglietta, tirandolo verso di sé.
Aveva bisogno di sentire quel suo angosciato cuore pieno di preoccupazioni battere in modo diverso. E la soluzione la trovava sempre lì, davanti a sé, in Tamaki, e nel suo essere allegro, spensierato, anche egocentrico… ma sempre in lui. Per questo stava compiendo quel gesto privo di alcuna razionalità. Per questo, ora, quasi rischiando di far cader entrambi per terra, lo stava baciando come non aveva mai neppure sognato di fare.
Tamaki rimase immobile, colto alla sprovvista dal contatto così poco nello stile di Haruhi, sempre posata e indifferente negli atteggiamenti di tutti i giorni. Tuttavia, non riuscì a impedire al proprio cuore di palpitare e alle proprie gote di arrossarsi, imbarazzate per il piacere che lo slancio inconsulto stava producendo in lui, come un fiotto caldo e tremendamente coinvolgente. Qualcosa che un gentiluomo avrebbe dovuto rifiutare, per non rimanere preso da pensieri arditi. Ma per quanta buona volontà possedesse Tamaki, le sue mani non trovarono un motivo realmente sufficiente per allontanare Haruhi.
La ragazza si ritrasse lentamente, di poco, sentendo il fiato tiepido del compagno sulle labbra. Realizzò subito cosa aveva fatto, cosa quel suo sciocco umore tetro aveva scelto per distrarla. Arrossì all’inverosimile, facendosi indietro così veloce che perse l’equilibrio e cadde sul piede del ragazzo.
Tamaki, con un gemito, represse signorilmente l’esclamazione di dolore.
« Scusa! » si affrettò a dire Haruhi, quasi gridando per l’imbarazzo che quella situazione stava creando. O meglio, che lei aveva ampliamente aiutato a creare.
Come le era venuto in mente di saltare addosso a Tamaki in quel modo? Aveva definitivamente acquisito anche lei il germe dell’idiozia e dei gesti insensati – e ad alto rischio?
« E’ tutto a posto » le assicurò il ragazzo, massaggiandosi la caviglia e mascherando con tutta la sua nonchalance le fitte di dolore.
Si fissarono, involontariamente, e il viso di Haruhi tornò a imporporarsi.
« Prendo il ghiaccio » scattò, saltando in piedi come una molla e marciando verso la cucina come stesse per prendere d’assalto il freezer.
Seduto ancora in terra, dimentico del pulsare esagerato del piede, Tamaki seguì con gli occhi la figura irrigidita della brunetta, chiedendosi che cosa non andasse, che cosa le stesse togliendo la serenità che a fatica si erano conquistati.
Chiedendosi quale fosse il vero sapore di quel bacio che Haruhi gli aveva dato.

°°°

Erano scappati.
Tamaki poteva trovare tutte le giustificazioni romantiche o razionalmente valide che voleva, propinandole agli altri come decisioni spensierate e tranquille, ma la verità era che lei non ci credeva. Perché ricordava ancora con chiarezza l’espressione che il senpai aveva avuto quella sera di due anni prima, a una settimana dalla fine del suo ultimo anno all’Ouran.
Quella sera che le aveva chiesto di restare con lui, finita la scuola. Di rimanere al suo fianco, sempre.
Lo sguardo di Haruhi, perso a vagare nel buio della stanza su cui stava proiettando i suoi ricordi, si inclinò appena di lato per scorgere il profilo addormentato del francesino nel futon accanto al suo.
Erano scappati.
Ecco la verità. E lei, contro ogni logica, aveva acconsentito.
Aveva accettato che lui rinunciasse al titolo di erede dei Suou, alla sua carriera e al suo futuro. Gli aveva permesso di abbandonare sua nonna con parole che, sapeva, gli erano costate molto.
Si era sentita in colpa soltanto dopo aver realizzato che Tamaki aveva gettato la spugna unicamente per lei, mettendo da parte i suoi tentativi di piacere alla parente e avere la sua fiducia.
Aveva lasciato che il ragazzo agisse così, in quella maniera sconsiderata e priva di senso, perché… perché…
Aveva detto di amarla.
Era un motivo sufficiente? continuava a domandarsi. Lei valeva realmente tutto il futuro di Tamaki?
Non sapeva più cosa credere o pensare.
Lui sembrava felice.
Aveva preso tutti quei cambiamenti come un’avventura nel “mondo dei plebei”. Aveva messo da parte i suoi studi universitari, troppo costosi per un erede rinnegato, e aveva cercato un lavoro, “come un perfetto uomo comune”, aveva detto.
Ora vivevano in un appartamentino comprato loro dal padre di Haruhi, complice e sostenitore delle follie di Tamaki. Con quale discorso il biondino si fosse ingraziato l’uomo per la giovane rimaneva un mistero, ma la benedizione paterna era stata concessa e quel piano senza mentali limiti umani era continuato.
Lei frequentava sessioni estive all’università per riuscire a mantenere il ritmo di studio annuale anche con il part-time. Entrambi gli ex-liceali avevano capito che per star dietro alle spese di un intero mese era indispensabile che entrambi lavorassero, e Tamaki aveva insistito che la ragazza proseguisse con gli studi per realizzare il suo sogno.
Non era facile, non era per niente come le lunghe giornate trascorse all’Host Club, o meglio, nel mondo dei ricchi che tutto potevano. Eppure Haruhi non aveva mai visto Tamaki, nemmeno una volta, veramente stanco o malinconico nei confronti di quella vita.
Allora perché aveva cominciato a sentire tutto in modo così sbagliato?
« … sì, Hime-sama… sono il vostro… cavaliere… »
Il mugolio di Tamaki fece trasalire Haruhi, che si voltò di scatto giusto in tempo per vedere il Lord biondo allungare in sonno braccia e labbra verso di lei.
Dandogli da tormentare il proprio cuscino, la ragazza si girò stizzita sul fianco, chiedendosi un’ultima volta se si stava torturando l’anima per preoccupazioni realmente esistenti.


Il caldo si fece sentire fin dalla mattina presto, tanto che Haruhi si scostò di dosso il lenzuolo un’ora prima che suonasse la sveglia. Fuori l’alba era sorta da poco e filtrava timidamente dalle tende pastello. Ormai sveglia dopo poche ore di relativo sonno, la ragazza si alzò, confidando di trovare qualcosa che la distraesse. Era presto per la colazione, così optò per ripassare la lezione del giorno precedente.
Muovendosi in silenzio, raccolse la borsa con i libri e si sedette al tavolo, facendo attenzione a non svegliare Tamaki, ancora addormentato e abbracciato al cuscino sbaciucchiato durante la notte.
Se sperava che con quel silenzio suggestivo avrebbe potuto studiare, si sbagliava, e di grosso. Non ebbe nemmeno il tempo di leggere il titolo del paragrafo, che l’adorato Lord riprese a confabulare nel sonno. Frasi sconnesse, divise tra “Haruhi-chan”, “colazione” e “coccole”, le quali minarono pericolosamente alla pazienza di Haruhi. Tentò di ignorarlo, in un primo momento, ma il francesino iniziò a guaire come un cane, chiamando una certa “Antoinette”. La matita che la giovane teneva tra le dita tremanti sembrò prossima a spezzarsi.
Trascorsi venti minuti di frasi zuccherine al suo indirizzo e altrettante rivolte alla suddetta “Antoinette”, la poveretta era sul punto di soffocarlo con uno dei cuscini.
Non riusciva a credere che lei fosse in grado di sopportare tutto quel casino durante la notte; doveva avere davvero il sonno pesante per non svegliarsi con quei continui borbottii. E dire che c’erano state delle mattine in cui si era destata – con un certo imbarazzo – abbracciata a lui. Era sempre lei quella che si alzava per prima, così era sempre e solo lei ad accorgersi di quei momenti – probabilmente classificabili nella categoria “romantici” – e goderseli.
Fin dalla prima volta aveva pensato che Tamaki possedesse una bellezza che pochi ragazzi potevano vantare. Esteticamente, era stato il primo pensiero a sfiorarla, quattro anni fa. Nel corso del tempo, avendo avuto modo di conoscerlo, si era resa conto che quella bellezza non era un fatto puramente esteriore. Tamaki era un po’ come il sole: con la sua luminosità era capace di far sbocciare e risplendere ciò che lo circondava; e aveva anche quell’innata capacità di mettere il buonumore. Non si poteva che rimanere accecati da lui.
Forse era questo, ciò che era capitato a lei. Anche lei era rimasta abbagliata da quei raggi caldi e confortevoli. In confronto, cosa aveva avuto lei da offrirgli? Cos’è che aveva attirato a tal punto Tamaki da spingerlo a confessarle di… amarla?
Non si era mai posta quesiti del genere. Non si era mai veramente accorta di poter essere desiderata dai ragazzi. Era qualcosa che non aveva mai messo in conto per il semplice fatto che le relazioni amorose non avevano mai suscitato in lei quel trasporto tipico che provavano tutti gli adolescenti. Quasi tre anni prima, a Karuizawa, il suo vecchio compagno delle medie Arai aveva confessato di essere stato interessato a lei, in passato. E lei, da brava, non l’aveva minimamente capito, né l’aveva preso in considerazione il suo sentimento. Avrebbero dovuto metterle dei cartelli in giro, scriverle a chiare lettere “hai uno spasimante!”.
Poi, un anno dopo, il suo cuore aveva iniziato ad accelerare i battiti, a soffocarla, a languire anche nel più breve istante in cui Tamaki la guardava, le sorrideva, la chiamava. Aveva creduto di essersi ammalata di qualche strana forma influenzale, di quelle improvvise, fuori stagione e maledettamente amare. Scoprirsi innamorata – innamorata, lei! – era forse stato il passo più duro e più folle di tutta la sua vita. Equivaleva ad ammettere un mondo fino a quel momento ignorato, deliberatamente non considerato: aveva altre cose per la testa, altro da fare, sogni da realizzare. Non era un’opzione contemplabile fermare la propria realtà e iniziare a titubare per un petto in subbuglio.
Per i mesi successivi aveva adottato la tecnica del “tutto è come prima”. Faticosamente. Era difficile reprimere i profusi rossori per sguardi un tempo innocui, e batticuori causati da dita che si sfioravano accidentalmente; per non parlare di come cercava di sfuggire agli abbracci con nonchalance, e di come si svegliasse la mattina, con le labbra nostalgiche di un sapore scoperto solo in sogno.
Sarebbe impazzita se un giorno non si fosse accorta che, all’improvviso, Tamaki aveva smesso con le smancerie. Poche occhiate nei suoi confronti, quasi vergognose. Evitava ogni contatto fisico, e nei casi – frequenti - in cui si trovavano casualmente vicini, pareva scovare qualsiasi scusa per allontanarsi. Cosa gli fosse preso, Haruhi se lo era domandato di continuo, ma non si era mai azzardata a chiederglielo. No, meno Tamaki le girava attorno più la sua strategia tutto-è-come-prima funzionava. O almeno, logicamente parlando, avrebbe funzionato, se quel fedifrago del suo cuore non avesse rivendicato i suoi diritti sentimentali sulla ragione.
Di conseguenza, le vacanze estive del secondo anno erano forse state le più tetre in assoluto di tutta la sua vita. Da quando era entrata nell’Host Club, in un modo o nell’altro, i suoi membri le erano sempre svolazzati intorno, giocando o meno con la sua pazienza. Durante quei mesi, invece, pareva che il loro gruppo avesse subito una disgregazione. Aveva potuto lavorare alla pensione di Misuzu in una calma e tranquillità che aveva del surreale. Innaturale. Per questo, una sera, aveva chiamato i gemelli, essendosi quasi convinta che doveva essere successo qualcosa di grave per non aver avuto notizie da nessuno. Al contrario, tutti stavano bene. Tutti godevano di ottima salute lì negli alberghi a sette stelle dove stavano trascorrendo le vacanza estive. Sparsi per il globo.
Aveva avvertito una fitta all’altezza dello sterno. Lei, lì a Karuizawa, penosamente seduta sul letto della sua camera a stringere un cellulare non suo e a ripetersi mille volte “baka”. Stupida, che stava piangendo senza alcun senso, sentendo quella sensazione farsi più acuta, bloccandole il respiro in singhiozzi confusi e inarrestabili.
Non c’era niente come prima, realizzò quella notte, lontana dai suoi amici, tormentata da ogni più piccolo ricordo in cui lui era presente, in cui lui era vicino.
Ciò che era successo dopo quella disastrosa estate, lo ricordava con le sfumature della pioggia. I giorni si erano fatti così monotoni e uguali che i mesi erano scivolati via, scuri e poco lieti. Le attività del Club sembravano essere prossime a un punto di rottura. Non c’era più il brio di una volta, l’armonia che orchestrava i pomeriggi di relax e sollazzo.
Marzo stava per giungere al termine con la stessa intensità di una corda che ti toglie il fiato. Perché Haruhi aveva iniziato a realizzare la realtà più cupa che avesse potuto figurarsi: di lì a breve Tamaki si sarebbe diplomato. Avrebbe l’asciato l’Ouran. Avrebbe lasciato lei.
Non che i loro rapporti si potessero definire in qualche maniera. Monosillabi, domande scontate e di cortesia: erano questi gli elementi più frequenti nelle loro conversazioni. Quasi niente più “Otousan” né “Ojousan”. Freddi e vuoti nomi, sorrisi falsi e intrisi di amarezza.
« Resta al mio fianco, Haruhi. Resta con me… »
Non riusciva nemmeno a ricordare cosa fosse successo, come si erano ritrovati soli, come Tamaki, per la prima volta da mesi, le avesse parlando direttamente, con voce tremante e roca.
E lei non aveva capito. O forse non voleva. O forse aveva timore di crederlo. Di credere che il suo cuore si fosse risvegliato e avesse iniziato a battere così furiosamente per un motivo preciso. Come se quel suo petto tumultuoso fosse a conoscenza di qualcosa che la sua razionalità, di nuovo sull’orlo della caduta, ignorava.
La guancia sfiorata con dita emozionate, il bacio, il ti amo, sussurrato, a fior di labbra.
Eventi che esulavano da ogni schema.
I fili della sua vita le erano sfuggiti di mano, come le cime di una nave colpita dal monsone. Se non fosse esistito l’istinto, sarebbe rimasta lì, stordita e senza parole, a guardare la schiena del ragazzo di cui si era innamorata allontanarsi, ignorando i patimenti che la sua anima aveva sofferto, ingenua e spaventata. Se non fosse esistito l’istinto, il gemello di quel ti amo non avrebbe mai raggiunto la superficie, ma avrebbe continuato ad annaspare in quelle emozioni contrastanti, fino ad annegare.
Come sciocchi, avevano aspettato fino all’ultimo per ammettere la realtà che per quasi un anno avevano represso per paura. Come sciocchi, cominciarono a godere dei loro sentimenti, non curandosi del mondo circostante. Per questo Haruhi aveva preferito negare l’amore, capace di riempirti di una felicità miope, incurante del fatto che intorno la vita andava avanti. Che Il futuro si faceva presente.
Ogni giorno che passava Tamaki si avvicinava sempre di più a ricoprire quel ruolo di erede per il quale era stato portato in Giappone. Si impegnava, con l’università e a seguire il lavoro del padre, per poi correre da lei, andandola a prendere al termine delle lezioni quando ce la faceva, o presentandosi a casa sua, offrendo cene a base di raffinato sushi. Ma non c’era niente che non andasse. Tutto sembrava perfetto.
E proprio per questo era inevitabile che la loro felicità si incrinasse.
Tamaki era convinto che la sua situazione famigliare si stesse risolvendo. Sua nonna l’aveva voluto vedere più volte, sapere come andasse l’amministrazione dei beni dei Suou, constatare i suoi risultati. Per quanto i modi della parente fossero ancora freddi e scostanti, il ragazzo confidava nel suo charme, e nel fatto che questo stava funzionando, date le continue richieste di presentarsi nella tenuta principale della famiglia. Haruhi coltivava i suoi dubbi, ma aveva preferito tenerli per sé. Tamaki appariva più vitale del solito, più sincero, e lei non intendeva innestare in lui le sue preoccupazioni. Ne avrebbe parlato con Kyouya, che in un modo o nell’altro continuava a restare accanto all’amico.
Sì, ne avrebbe parlato con lui, se solo quel giardino incantato, che credevano intramontabile, non fosse crollato improvvisamente come il fragile nido di una novella coppia di rondini.
Li ricordava ancora, quei giorni. Il cielo della prima sera tendeva a un arancio che sfumava nel rosso. Non lo avrebbe mai dimenticato, perché le era venuto in mente quel detto, quel “rosso di sera, bel tempo si spera”. Niente di più sbagliato. Niente di più ingiusto.
Durante la giornata non aveva visto Tamaki. Non si erano neanche sentiti per telefono, o attraverso gli stupidi sms smielati che lui le mandava tra le lezioni, o durante le pause mentre seguiva il padre nei lavori aziendali. Così lei aveva atteso l’imbrunire, quando sapeva per certo che il suo Lord si sarebbe presentato alla porta del modesto appartamento, col fiatone e un maxi incarto di sushi preso da qualche ristorante ultra costoso. Ormai era una sorta si sensazione a pelle, come se le lancette del suo orologio biologico avessero segnato un nuovo orario, un momento preciso in cui il suo umore iniziava ad addolcirsi, e il suo cuore a tamburellare come quello di una bambina che aspetta il rientro del papà.
Eppure, quell’arrivo era mancato. Le sette erano diventato le otto, e le otto le nove. Suo padre, che aveva il giorno libero, si era prima lamentato del ritardo della sua pregiata cena, per poi iniziare a lanciarle occhiate di striscio mentre, come un’azione meccanica, lei si era spostata nell’angolo cottura per cucinare.
Le nove erano ormai le dieci e mezza, quando le sue mani erano scattate all’interno della sua borsa, alla ricerca del cellulare. Nessuna chiamata persa. Nessun sms in attesa. La suoneria era settata al massimo. Il display giocondo le colorava il viso di mille luci variopinte.
Spinte da una volontà propria, le sue dita si mossero sulla tastiera con una velocità, e un’abilità, che ignorava di possedere. Il messaggio “Dove sei?” si compose in un lampo davanti ai suoi occhi, ma si fermò.
Era successo qualcosa. “Dove sei?” non era sufficiente. Non era niente.
Ma era quello che il suo petto, in un linguaggio muto che poteva ascoltare soltanto lei, stava ripetendo.
Il cellulare era vibrato all’improvviso, e un suono acuto aveva rotto la cappa di angoscioso silenzio che l’aveva avvolta. L’apparecchio aveva rischiato di scivolarle di mano, ma lei lo aveva recuperato alla svelta, leggendo in modo quasi irreale l’avviso Nuovo messaggio.
Scusa se non sono venuto. Va tutto bene. Di’ a Otousan che domani gli porterò due vassoi di nigiri. Sto bene. Fai sogni d’oro Haruhi!”.
Aveva chiuso gli occhi. Con voce priva di tono, aveva ripetuto al padre le parole di Tamaki, per poi alzarsi e andare in bagno. L’unico ambiente chiuso, separato da quella grande stanza che era la sua casa. L’unico posto in cui aveva potuto appoggiarsi al muro e lasciare che l’inquietudine le scendesse addosso con carezze meschine.
Stringeva il cellulare in mano. Lo stringeva all’altezza dello sterno, nel punto in cui aveva quasi smesso di respirare nelle ore di attesa.
Per un attimo, il suo primo pensiero era stato se si potesse davvero stare così male per… per cosa? Per un ritardo? Per un mancato appuntamento? Per un’attesa?
Si era morsa il labbro pur di non riconoscere con se stessa che aveva penato durante quei minuti. Che pensieri terribili l’avevano sfiorato, facendo vacillare la sua tranquillità. Per lunghi, estenuanti attimi, non sempre ripetendoselo a parole nella testa, ma anche con battiti scoordinati del cuore, si era chiesta dove fosse Tamaki. Se stesse bene. Se non gli fosse successo qualcosa di… irreparabile.
Fuori, esteriormente, aveva mantenuto lo stesso viso soprappensiero, indifferente agli sproloqui quotidiani del padre.
Ma con quell’sms, tutto era cambiato. E niente si era risolto.
Non c’era nulla di più falso. Tamaki non sapeva mentire. Tamaki era cristallino come l’acqua. Le sue erano le bugie di un bambino, con le gambe corte.
Quel Va tutto bene, quel Sto bene, non reggevano. Lo sapeva. Nemmeno lo sentiva, perché ne era certa.
Ma tutto ciò, ciò che rimaneva taciuto, ciò che il Lord le nascondeva… non sembrò sufficiente a spronarla, a spingerla a chiamarlo.
No, al contrario. Rimase lì nel bagno, addossata alla parete, a fissare uno schermo luminoso. E la mano tremava. Tutto tremava, in lei.
Perché si trovò presa dalla paura. Dalla paura di scoprire. Dalla paura di venire a sapere il vero motivo di quella menzogna. Il qualcosa che non era funzionato.
L’aspetto buffo era che quel qualcosa… poteva essere qualsiasi cosa. Poteva. In mille differenti modi.
Ma se lo fosse stato… Tamaki non glielo avrebbe detto? Non l’avrebbe resa partecipe, magari scusandosi a profusione, com’era solito fare?
Suo padre aveva bussato alla porta, chiamandola preoccupato.
E lei aveva scelto di non sapere. Di fidarsi, di una fiducia sbagliata e fasulla, e di aspettare un domani che sicuramente non avrebbe voluto vedere.
Perché tutto si spezzò, quel domani.
Tutto mutò forma, cambiò colore. Ogni cosa divenne spigoli, e non appigli. Ogni cosa divenne ripida, una discesa senza supporto di freni.
Il loro angolo di felicità fu brutalmente abbattuto, e loro posti davanti a una scelta.
O meglio, Tamaki dovette scegliere: se lei, o l’eredità.
Sua nonna fu categorica. Lo disse apertamente davanti a entrambi, come se la ragazza di suo nipote, la ragazza scostumata che per tre anni aveva finto di essere un ragazzo, in quel momento contasse molto meno, decisamente meno, del tappeto importato su cui poggiavano i piedi.
E lei aveva taciuto, paralizzata. Stordita. Infiacchita da quei suoi sentimenti.
Improvvisamente, si era sentita davvero come un oggetto, riposta nel luogo sbagliato. Lo capì. Realizzò che quella casa, quelle persone, quella vita, lo sfarzo, i soldi, i salamelecchi, non erano tagliati per lei. Per lei, che in quel momento poteva essere un’abatjour fulminata, con il paralume macchiato e il vaso di coccio, privo di disegni, priva di valore.
In fondo, chi era lei, lì in quel salotto dove persino la polvere sarebbe stata valutata a peso d’oro?

April 2025

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