Cow-t, quinta settimana, M1
Prompt: Colpo di scena
Numero Parole: 674
Rating: SAFE
Per un attimo Mori rimane a fissare la siringa che ha tra le dita. Un attimo sospeso nel tempo, come se si fosse appena accorto di essersi dimenticato qualcosa.
"Mori-sensei?"
La voce è di un paziente.
"Ah sì, ecco l'iniezione" dice il medicastro con una punta di allegria non richiesta. Il tutto dura pochi secondi, così pochi che il paziente se ne va senza neanche che Mori ne afferri il volto. Di solito imputa questa distrazione alla stanchezza: vede una quantità innumerevole di persone in alcuni giorni che è difficile trovare in ognuna qualcosa da ricordare. Per lo più sono disadattati sociali, gente che scappa dalle proprie vite o per la propria vita, che gli chiede una gentilezza e lui è generoso, soprattutto nello scucire chiacchiere interessanti che possano tornargli utili.
Solo che quel giorno - è giorno? - ha una strana leggerezza in testa, più l'idea che gli stia sfuggendo un particolare.
"Mori-sensei."
Di nuovo il suo nome. Fa ruotare lo sgabello su cui è seduto per trovarsi faccia a faccia con chi lo ha chiamato. È Fukuzawa. È appoggiato alla parete dell'ambulatorio con le braccia incrociate. C'è qualcosa di strano e nuovo in lui. Non ha la sciarpa, i capelli sono più lunghi, il kimono è diverso. L'aria di maturità è più accentuata, intrigante ma allo stesso tempo lo sta giudica neanche troppo in modo sottile.
"Fukuzawa-dono! Pensavo ci vedessimo per cena!" esclama Mori, allargando le braccia con brio. Non sa perché lo ha detto, ma è convinto che sia così, non ricorda neanche che appuntamenti abbia per quel giorno in realtà.
Fukuzawa è una statua nella postura e nell'espressione, che ora il medicastro avverte più ostile di prima. Ostilità che diventa concreta quando l'ex assassino mette mano all'elsa della spada e la brandisce.
Mori scatta in piedi in un baleno. La lama non incide la zona esposta della sua gola per un soffio, ma lui cade all'indietro. Non atterra sul pavimento, ma su un letto, su coperte pregiate, sormontate da un baldacchino.
"Mori-san?"
Mori è disorientato, ma l'attenzione si catalizza lo stesso su chi lo sta chiamando. Dazai è in piedi di fianco al letto. Non è più un ragazzino, è un uomo adulto, con i suoi nuovi vestiti più chiari, quegli abiti che si è scelto per ricominciare. È lì, con un bisturi in mano, in quella stanza che Mori conosce fin troppo bene, perché è tutto cominciato così.
"Lo sa che prima o poi succederà, vero? Si raccoglie ciò che si semina."
La voce di Dazai è miele mescolato con arsenico. Alza la mano in cui ha il bisturi e il fendente è secco e preciso. Il sangue imbratta le pareti e Mori non riesce neanche a muoversi, vede solo lo sguardo di Dazai, reso rosso da una luna vermiglia.
Mori spalanca gli occhi con un brivido, portandosi una mano alla gola. Non c'è alcuna ferita. La sensazione poi che ha non è più quella di sospensione, leggerezza, anzi, si sente pesante, e madido di sudore. Si accorge di essere nel proprio studio, seduto sulla poltrona con la vista su Yokohama. Il sole è quasi tramontato del tutto; di fianco ha un tè che è diventato freddo e una partita a scacchi in stallo.
Nella stanza è da solo e da un lato preferisce. È un momento di debolezza. Si è addormentato e ha lasciato che l'inconscio diventasse padrone della sua mente ed è finito nella sua trappola, senza riconoscerla.
Con un respiro profondo, riprende il controllo, ma la sensazione spiacevole, i volti di Fukuzawa e Dazai, restano impressi sul fondo della sua mente, come le ditate su un vetro che puoi scorgere solo alitandoci sopra.
Sa che è qualcosa di cui non si libererà mai, un po' per realismo e un po' per decisione personale. Tuttavia, l'ultima cosa che si aspetta è essere aggredito così da se stesso su scelte che ha compiuto con cognizione di causa.
Si volta verso la scacchiera e, con una schicchera moderata, fa cadere un alfiere bianco, riaffermando il proprio controllo sulla situazione.